Dieci anni dopo

Il 17 ottobre 2006 mi alzo presto, molto più presto del solito, perché il giorno prima andando in ufficio in metropolitana ho sentito uno di quegli avvisi in filodiffusione con cui annunciavano lo sciopero di una sigla sindacale di cui non ho nemmeno provato a memorizzare le lettere, una di quelle minori, e allora ci siamo messe d’accordo, io e la mia collega Alessandra Lisi, ci siamo dette che se c’è davvero sciopero,– ma alle volte non si riesce a sapere, se non è uno sciopero generale, e non si sa mai come scoprire se è o no confermato –, ecco ci siamo dette nel dubbio veniamoci presto in ufficio, molto più presto del solito, così alle otto prendo la metro, alle otto e mezzo arrivo nell’ufficio in un palazzo signorile, un palazzo che appartiene a una figlia di nobili, in una traversa di Piazza Clodio, a Roma, a pochi metri dalla sede della RAI. Di solito arrivo in ufficio alle dieci, perché tanto ho un contratto a progetto e non devo timbrare, ma il 17 ottobre 2006 va così, e mentre aspetto mi dico che magari per una volta potremmo andare a prenderci un caffè, io e Alessandra, non usciamo quasi mai durante la mattina, e non pranziamo neanche insieme spesso… è che siamo in questo piccolo ufficio, di quattro persone, piccolo ma in realtà è un centro di ricerca internazionale, dove Alessandra è l’unica statistica e fa un lavoro importante, e io lavoro con lei ma non ho ancora deciso cosa fare nella vita… mi sono laureata da poco, avevo quel lavoro come webmaster, me lo tengo e lo continuo, ma il dubbio è quello che mi spinge in pausa pranzo ad andarmene un po’ per i fatti miei… e quindi alle volte, poche volte, pranziamo insieme, io e Alessandra, un giorno siamo anche andate in un negozio aperto da poco, durante la pausa, e le ho fatto vedere i vestiti bellissimi che hanno, di una marca di abiti danese, roba un po’ retro e anche cara, per il mio stipendio, e pure per il suo, ma con qualche sconto e qualche offerta qualcosa si può comprare… per esempio ho comprato un abito verde ricamato qualche mese prima, a luglio 2006, per il matrimonio di un’amica, e mi ha accompagnata Alessandra a prenderlo e quell’abito l’ho messo molte volte negli anni, uno dei miei migliori investimenti, e quando lo metto vorrei chiamare Alessandra e dirle “hai visto, ce l’ho ancora”, ma non lo posso fare, e anche lei si era presa un abito, un bell’abito autunnale, scuro, con una stampa di design, un abito raffinato, se lo voleva mettere per qualche occasione, un aperitivo o una cena, e invece non se lo è mai messo… ecco davvero come una stupida quando mi metto quell’abito verde mi dico “lo vedi se avessi potuto chiamarla”, ma del resto anche quando eravamo colleghe non è che ci telefonassimo, non è che tutti i colleghi e le colleghe sono così tanto amici tra loro, ma nell’estate del 2006 eravamo d’accordo sugli abiti e sui calciatori, e ditemi quale donna eterosessuale in Italia quell’estate non era stata a rimirare i calciatori in una famosa pubblicità di Dolce & Gabbana, ecco ad Alessandra piaceva Cannavaro, ma a me no, preferivo Gattuso… e quindi il 17 ottobre 2006 me sto lì in ufficio alle otto e mezzo e quando arriva il capo, verso le nove meno un quarto, mi trova già lì e lo so che si sorprende, gli deve essere sembrato strano, era una delle poche volte in cui arrivavo prima di lui da quando lavoravo lì, ma va così: ci salutiamo, lui va nella sua stanza a lavorare, io sto nella stanza che divido con la mia capa, pure lei deve ancora arrivare, di solito arriva nel pomeriggio perché al mattino ha un altro lavoro ma anche lei per qualche motivo quel giorno arriva in mattinata, e va così che me sto a lavorare quando a un certo punto mi arriva un sms di una ragazza che conosco, Samantha, una che abita nella città dove sono cresciuta, Milano, e Sam mi scrive soltanto questo, mi scrive “Tutto bene?” e poi mi chiede se per caso mi trovassi in metropolitana, così è un attimo: sono davanti al computer, apro Google, faccio una ricerca, scopro che c’è stato un incidente a Roma in metropolitana, un incidente grave, si sono scontrati due treni e non è successo da molto, quando lo scopro, e guardo l’ora e come si fa in questi casi mi preoccupo ma non del tutto, perché gliel’avevo detto ad Alessandra di venire in ufficio prima, ma forse lei a differenza di me, che ho sempre paura a chiedere un’informazione, ecco forse lei si è fermata al gabbiotto, ha scoperto che alla fin fine lo sciopero non c’è e adesso arriverà alla solita ora… e però l’ANSA dice che l’incidente c’è stato alla fermata di Piazza Vittorio e tutte le metropolitane sono ferme, quindi se Alessandra è per strada sarà lì bloccata da qualche parte, dovrà prendere una sostitutiva, farà ritardo.

La chiamo e ha il telefono staccato, ma è normale, c’è caos in queste occasioni, lì per lì mi viene in mente che anche quando a settembre a Roma fanno la notte bianca c’è talmente tanto caos che i cellulari non funzionano, le reti sono sovraccariche, e sicuramente è uno di quei casi, lei sarà ancora lì sotto in metropolitana e il cellulare non le prende, perché nel 2006 il cellulare ancora non prendeva in metropolitana, sarà lì e aspetterà di uscire e vai a sapere.

Però il dubbio ce lo abbiamo, e allora che si fa in un ufficio in un momento del genere, non si fa niente, si continua a lavorare: un occhio alle notizie in tempo reale, l’altro alla posta elettronica, e poi si pensa a chi potrebbe preoccuparsi e si manda qualche sms per dire “sto bene, sono in ufficio e sto bene”.

E poi le notizie continuano.

C’è una vittima nello scontro tra i due treni.

Ma dicono che è un uomo.

Poi dicono che è una donna, straniera.

Poi iniziano ad arrivare le telefonate.

Una telefonata di un parente, perché è a casa dove abitano i genitori di Alessandra, che sono in pensione, e vivono nel Frusinate, e da quella casa quest’uomo chiama e ci chiede se Alessandra è arrivata, se abbiamo sue notizie.

Però no, di notizie non ne abbiamo.

Poi iniziano a telefonare i giornalisti.

Di solito non chiama mai nessuno al numero dell’ufficio, mai la mattina, mai così di frequente, e tra una telefonata e l’altra mentre ci fanno domande strane, alle quali lì per lì non so rispondere, ecco allora la mia capa legge una nuova notizia dell’ANSA, dove dicono che la vittima dell’incidente è una donna giovane di Pontecorvo, che è il paese di Alessandra.

Allora è così che lo capiamo.

Allora i giornalisti riprendono a chiamare, una di un importante quotidiano nazionale si presenta, nome e cognome, è insistente, mi dice che la famiglia di Alessandra ancora non sa che lei è morta, e lo sa perché prima di chiamare noi ha telefonato a loro.

Da lì in poi tutto cambia.

Succedono un sacco di cose quel giorno e nei giorni successivi, ma non è qui il tempo di ricordarle tutte, preferisco sempre ricordare Alessandra, una collega, una da cui e di cui ho imparato più dopo l’incidente che prima, perché tra noi esseri umani ci sono sempre queste distanze, che poi sono quelle che ci fanno vivere, sono spazi e non distanze, e le cose che ho imparato sono personali, e su di lei hanno anche scritto un libro, quindi va bene così, il suo nome c’è, qualcuno se la ricorda, ma forse tra tutte le cose che accadono in quei giorni sono altre che vorrei ricordare, vorrei ricordare la pochezza degli esseri umani che non capiscono che gli incidenti capitano, che il caso esiste, e che quando dico che ho paura a prendere la metropolitana mi rispondono stupidaggini tipo “ma no ma guarda che io la metropolitana la prendo tutti i giorni e non mi è mai successo niente”, e certo, gli vorrei dire, certo scusa dimenticavo che siamo tutti immortali, ma forse una delle più squallide cose nei giorni seguenti è la serie di email che riceviamo in ufficio, con allegati curriculum di statistici, email mandate palesemente perché la gente non si informa, non hanno neppure capito che in quell’ufficio dal nome altisonante lavoravano solo quattro persone, magari credono che sia un’azienda con migliaia di dipendenti, e al primo curriculum faccio finta di nulla, penso che se mandi un curriculum in un ufficio in cui è appena venuta meno una persona preziosa e qualificata in seguito a un incidente, un evento di pubblico dominio, per il quale c’è stato il lutto cittadino, come lavoratore e come essere umano ti qualifichi male, e poi però al secondo curriculum senza tante esitazioni inizio a rispondere, a far notare che in anni a quell’indirizzo email non è mai arrivato un curriculum di uno statistico, praticamente mai, e dopo tanti anni questo mi ricordo, tra le altre cose, e il resto riguarda Alessandra e la famiglia di Alessandra, ricordi tristissimi e pieni di calore umano al tempo stesso, e li lascio da parte perché non sono da condividere.

Questo accade, ad andarsene così, la metropolitana e il lutto cittadino, e Alessandra che non c’è più. Una ragazza di trent’anni, piena di qualità e senza la testa montata, e a dirlo sembra semplice invece è straordinario, in un mondo di egoriferiti, e allora la voglio raccontare così, questa storia, per ricordarla in un modo semplice, per fare girare ancora su Internet, dieci anni dopo, il suo nome.

La storia di una ragazza in metropolitana. La scrivo perché sono sicura che ormai quasi nessuno, dieci anni dopo, si ricordi di lei. Sono lunghi, dieci anni.

E dieci anni dopo è rimasta la targa alla fermata della metropolitana, l’hanno messa nel 2007, nel giorno dell’anniversario, in una cerimonia in cui eravamo in pochissimi, perché un anno dopo la città aveva già dimenticato, ma è normale, è un fatto umano. L’ultima volta che ci sono stata, alla fermata di Piazza Vittorio direzione Battistini, c’erano la targa e dei fiori finti con una fotografia. La targa è trasparente e fin dal giorno della cerimonia ho sempre trovato difficoltoso leggere la scritta.

La scritta dice: In ricordo di Alessandra Lisi.

Ho trovato questo post sul sito del Fatto Quotidiano che se ne ricordava nel 2012.

Dieci anni dopo sulle lamiere che rivestono il tunnel della metropolitana c’è ancora il segno del punto in cui una carrozza è entrata nell’altra carrozza, è come una cicatrice, sta lì a piegare il metallo. Da dieci anni.

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