Mr. Tennis

Racconto di Manuela Piemonte

C’è ancora il cartello di legno dipinto a mano, sei lettere colorate, un tempo. Ora sono sbiadite e spente. Mi piacerebbe che qualcuno venisse qui e lo staccasse, quel cartello, l’unica cosa che ricorda a tutti lo scopo per il quale sono stato costruito, ormai più di quarant’anni fa: ero un centro sportivo, un grande centro, per i miei tempi, quattro campi da tennis, due sintetici, due in terra battuta, niente erba, perché qui in campagna, poco fuori Milano, di erba ce n’era già troppa e a nessuno veniva in mente di giocare sull’erba, era roba da morti di fame. Il sintetico sì, era passabile, ma solo per questioni di gara. In fondo i tennisti che lo usavano temevano di confondersi con i dilettanti, quelli dei condomini residenziali con tennis e piscina dove chiunque, dai proprietari agli inquilini, poteva mettersi a giocare, magari pure con una racchetta sgangherata, pagata venticinquemila lire in offerta al supermercato. Invece la terra battuta, beh, era tutta un’altra storia. Glielo leggevo negli occhi, dal più piccolo dei principianti fino al presidente: per tutti loro la terra battuta era il Tennis, perché dopo aver giocato lì la terra li seguiva, come li seguiva la loro passione ardente e restava con loro tutto il giorno, sulle scarpe, le mani e gli abiti, nonostante la doccia, sempre attaccata addosso da mattino a sera. Ne è rimasta un po’, di terra, qui tra i metri quadrati che formano il mio corpo stanco e anziano. La si può trovare ben nascosta sotto gli strati di arbusti che, anno dopo anno, sono riusciti a espandersi in ogni direzione, mentre aspettavo di sapere quale sarebbe stato il mio destino. All’inizio è stato con i corsi. Hanno smesso di fare i corsi di tennis. Allora ho capito che mi avviavo verso la pensione.A differenza degli esseri umani, che quando vanno in pensione diventano nonni e passano tanto tempo con i bambini, io li ho visti sparire tutti da un giorno all’altro, quei piccoli esseri umani, e non mi è rimasto che tendere l’orecchio verso il cielo per cogliere ancora qualcuna delle loro risate cristalline, qualche pianto, qualche gridolino di soddisfazione che gli scappa se riescono ad acciuffare la coda di una lucertola. Dopo i bambini, però, se ne sono andati anche i grandi. Hanno smesso di allenarsi sui miei campi. Eppure io ci speravo ancora. La mia bella insegna dipinta a mano lo diceva, del resto, Mr. Tennis: un nome, una garanzia. Qualche bambino ogni tanto, allora, riuscivo ancora a vederlo, ma solo perché entrava qui per andare al bar a prendere il gelato, il Liquirone o qualche altra porcheria che a loro piace tanto. Ero l’unico bar della zona. L’altro, il bar dell’oratorio, distava dieci minuti a piedi. I bambini evitavano di andarci perché temevano che se ci avessero comprato troppi gelati o caramelle, prima o poi il prete di turno li avrebbe costretti a confessare tutti i loro peccati di gola. Senza i corsi e i tennisti, però, il bar perse pian piano gran parte dei suoi clienti. Alla fine chiusero anche lui, insieme ai miei cancelli. Un lucchetto al locale delle caldaie. Un lucchetto agli spogliatoi maschili, un lucchetto agli spogliatoi femminili e poi un altro all’ingresso, un catenaccio grande così, che non si può spezzare neanche con un’ascia e ormai, quindici anni dopo, è tutto arrugginito. E sono andato in pensione. Mi hanno lasciato con i miei ricordi. Non è così che capita agli anziani? Questo mi hanno fatto, gli esseri umani. Finché gli portavo tanti soldi mi hanno tenuto vivo, mi hanno curato e parlavano a tutti, i proprietari, parlavano di me e dei miei quattro campi da tennis, due sintetici e due in terra battuta, dove avevano mosso i loro primi passi tanti campioni. E poi basta. Mi hanno dimenticato. Ogni tanto qualcuno viene a trovarmi, però, e questa è una consolazione. Viene una ragazzina, una che per il tennis era proprio negata e dopo un anno di corso è andata a giocare a pallavolo. Lei ci era cresciuta, qui dentro, perché suo padre la portava a vedere le partite. Un giorno, due anni fa, ha scoperto un buco nella recinzione e siccome è alta ma è anche magra e sottile, è riuscita a passarci. Una volta ha portato anche il suo cane. Era molto triste vedendo come mi sono ridotto. Ho provato un po’ di vergogna. Lei ha attraversato il cortile fino a dove una volta c’era il bar. Ora il locale è vuoto, niente più Liquirone, gelati, patatine, Gatorade. Si sono portati via anche l’arredamento e al suo posto qualcuno ci ha trascinato i pezzi di una vecchia cucina degli anni Sessanta, tutta azzurra che mi fa quasi sentire come se fossi all’ospedale. Magari. Lì almeno qualcuno si renderebbe cura di me. Ma non esistono ospedali per i centri sportivi abbandonati. La ragazza quel giorno  ha sospirato. Poi si è girata verso la bacheca, un rettangolo di legno dove una mano aveva inciso la frase “orari dei corsi”. Ora al posto degli orari c’è il disegno a bomboletta spray di un cazzo nero, lo stesso ripetuto sulle porte degli spogliatoi e sui muri che confinano con la piscina comunale. Prima o poi mi abbatteranno, dice la ragazza, e al mio posto tireranno su un paio di palazzi. Prima o poi succederà.Per questo ogni tanto lei torna a trovarmi. Sono l’unico posto dove riesce ancora a ricordare la sua infanzia. Le domeniche con il sole e la mamma che dal condominio qui di fronte la mandava a comprare lo zuccotto al bar del tennis, perché arrivavano i nonni a pranzo e non avevano nulla da offrirgli per dessert. E i sabati di primavera, con suo padre appena trentenne che la portava lì per giocare, mentre lui scaricava lo stress di una settimana di lavoro sfidando qualche amico fino all’ultimo match. Lei viene qui a cercare quei momenti che se ne sono andati e io vorrei tanto abbracciarla, dirle che li ricordo, li ricordo bene, dirle che non deve preoccuparsi perché andrà tutto per il meglio, dirglielo sussurrando, come fanno i nonni con i loro nipotini, anche se sanno che non è vero.

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