I giocattoli degli anni ’80 e Thomas Mann

Ti ricordi quel gioco con la sabbia magica che andava di moda negli anni Ottanta? Aveva una pubblicità con la fotografia di una specie di acquario, e ti prometteva di poter creare un regno sottomarino incredibile. Ne potresti aver avuto uno, almeno una volta, e averci giocato e averlo poi dimenticato.
Perché magari la mente va altrove.
Perché non possiamo ricordarci proprio tutto.
Perché i ricordi sono questo e non li possiamo controllare.
Così come non puoi controllare il ricordo di abitudini da vita di campagna, andare nei prati a raccogliere le more, a succhiare il nettare dai fiori, u gioco che imparavi con il passaparola, te lo insegnavano i bambini più grandi di te.

Tutti questi ricordi adesso mettili da parte, facci passare sopra anni e anni di vita, di lotte, di gioie e soddisfazioni, di alti ma anche di bassi, di dolori; alcuni che ci infliggiamo, altri come la pandemia che ci capitano e se capitano sembrano a volte quasi insormontabili, e in mezzo a tutto questo può capitare di avere il tempo e la voglia – soprattutto la voglia – di leggere finalmente quel libro che tenevi lì tra i tanti, che avevi sempre rimandato, che sembrava pesante e inquietante, perché parla di vendere l’anima al diavolo, argomento a cui perlopiù è preferibile non pensare.

Chissà perché anche se ti inquieta lo leggi, forse perché così un’inquietudine ne scaccerà un’altra, così ti trovi tra le mani il Doctor Faustus di Thomas Mann. Traduzione di Ervino Pocar, una vecchia edizione Mondadori lasciata a prendere polvere per anni.
Difficile, leggerlo, ma almeno vuoi fare un tentativo, del resto sono mesi che leggi poco o niente perché di giorno lavori così tanto che, arrivata sera, ti fanno male gli occhi e non apri libri né fumetti, non vedi le serie tv né i film, chiudi gli occhi e dormi il prima possibile, chiedendoti se valga poi la pena. Ora con la pandemia non sai più chiederti neanche questo.

Ma come l’umanità ti sorprende in negativo – c’è chi in piena pandemia dice ancora di sentirsi fortunato ad avere il posto fisso, come se questa cosa non lo riguardasse, e c’è chi pensa di fare come vuole, chi (come ci avevano già insegnato i racconti della Seconda guerra mondiale e delle crisi economiche più pesanti) non ha umanità da tirare fuori in situazioni che si annunciano estreme, ma soltanto pochezza, povertà d’animo, o forse una carenza di ciò che ci rende davvero umani (ti ricordi Il figlio di Saul?), ecco… come l’umanità ti sorprende in negativo, l’incastro del tempo e delle vite sorprende anche in positivo. Allora in tutte queste carenze e pochezze, aprire un libro e leggere, e ritrovarci dentro in modo del tutto inaspettato un po’ della propria infanzia, può sembrare un evento straordinario. (Su che tipo di padre fosse l’autore del libro, magari ne parliamo un’altra volta.)
Ma non è incredibile che un classico della letteratura scritto nel 1947 ti faccia questo effetto, ti faccia ricordare punti dell’infanzia che avevi dimenticato?
I libri servono ancora, ci serviranno sempre. Speriamo.

Doctor Faustus, terzo capitolo

[…] Si vedeva poi che quelle piante erano tutte di origine inorganica, formate col concorso di sostanze che provenivano dalla farmacia dei “Beati Apostoli”. Prima di versare la soluzione di silicato di potassio Jonathan cospargeva la sabbia del fondo con diversi cristalli, che, se non erro, erano cristalli di cromato di potassio e di solfato di rame, e da questa semina si sviluppava, per un processo fisico che si chiama “pressione osmotica”, quella prole degna di compassione per la quale il suo tutore cercava di cattivare le nostre simpatie. Ci spiegava infatti come quei pietosi imitatori della vita fossero avidi di luce , “eliotropici” come dice la biologia. Per noi esponeva l’acquario alla luce del sole dopo averne mascherato tre lati ed ecco in breve tutta quella problematica famiglia di funghi, di tentacoli fallici, di alberelli e di alghe, nonché di membra semiformate, si volgeva verso quel lato del recipiente dal quale entrava la luce, e vi si volgevano con una brama così nostalgica di calore e di gioia che quasi si aggrappavano e si appiccicavano al vetro.
– E dire che sono morti! – commentava Jonathan con le lacrime agli occhi mentre Adrian, io lo vedevo, era scosso dal riso represso.
Per parte mia non volgi decidere se questa sia roba da ridere o da piangere. Dico una cosa sola: simili fantasmagorie sono affare esclusivo della natura, specialmente di questa natura che l’uomo si incapriccia di tentare. Nel dignitoso regno degli humaniora si è al riparo da siffatti fantasmi.

Doctor Faustus, quarto capitolo
[…] Ricordo il ribes dell’orto, del quale ci passavamo i grappoli tra le labbra, l’acetosella del prato che assaggiavamo, certi fiori dalle cui fauci sapeva succhiare uno pinzino di nettare delizioso, le ghiande che masticavamo supini nel bosco, le more purpuree cotte dal sole che raccoglievamo nelle macchie lungo la strada e il cui succo asprigno spegneva la nostra sete infantile. Eravamo fanciulli.

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