La coscienza di Zeno e Piccole Donne

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Pubblicato nel 1923, La coscienza di Zeno è spesso, soprattutto, un passaggio obbligato per il lettore e lo studente che sta crescendo. Lo ritrovi nell’antologia, lo senti agitarsi come uno spettro tra le tracce dei temi della maturità, e ancora all’università, esame di Letteratura Italiana. Lì viene bollato come Classico e non è certo la lettura che troverai facilmente (purtroppo) sotto l’ombrellone, né nel carrello dell’appassionato di libri. Insomma, chissà se c’è chi lo ha letto per caso, aprendolo senza aspettative, senza quell’aura da “libro che bisogna leggere” che hanno a volte i classici.
Ben diversa è la storia di un altro classico, Piccole donne, che Louisa May Alcott scrisse tra il 1868 e il 1869, da tutt’altra parte rispetto alla Trieste austro-ungarica di Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schimtz), eppure così vicina, per molti versi, tra le pagine dei due libri.
Questo fanno le storie, quando gli autori lo vogliono e lo sanno fare, si incontrano e si incrociano, e sta a noi lettori riscoprire  influenze a volte evidenti, a volte sottili.
Tanto abbiamo sentito dire o abbiamo letto o ricordiamo di Zeno Cosini, dall’unica volta almeno in cui ce lo avranno fatto leggere – magari – al liceo, quel romanzo dal titolo La coscienza di Zeno.
Lui e la sua ultima sigaretta, che promette essere davvero l’ultima, per anni, senza mai smettere.
Lui che è l’inetto.
Lui che uscì dalla penna dell’autore anche grazie al fatto che a Trieste Italo Svevo conobbe James Joyce e da qui l’influsso di questo scrittore, e poi della psicanalisi, su un’opera che è oggi considerata uno dei capolavori della Letteratura italiana del Novecento.

“Un grande amico di papà fu James Joyce. Mio padre, che si recava spesso a Londra per curare da vicino gli interessi della filiale inglese della ditta Veneziani, decise di studiare bene l’inglese e di prendere una serie di lezioni da Joyce, allora giovanissimo professore alla Berlitz School di Trieste (eravamo, credo, nel 1907). Joyce cominciò a venire in villa Veneziani e a dar lezioni a mio padre e a mia madre.” *

In tanta letteratura e in tanto incrocio di esistenze c’è anche, tra le pagine de La coscienza di Zeno, una meravigliosa citazione di Piccole Donne. Così evidente da sembrare banale: Zeno che va a incontrare una famiglia benestante, i Malfenti, già deciso – in pratica – a chiedere la mano di una di quelle quattro figlie, prima ancora di conoscerle. E quando se le ritrova di fronte, se si è freschi della lettura di Piccole Donne, ma anche se si tiene a mente Alcott senza dimenticarla mai, il parallelismo è evidente. Le sorelle sono Meg, Jo, Beth e poi la piccola Amy.
Se anche avessimo dubbi, due delle sorelle Malfenti in particolare indicano quanto il parallelo voglia essere forte.
Quando Zeno, rifiutato da Ada, fa la sua proposta di matrimonio ad Alberta, lei dice :
“Io non voglio sposarmi. Fore mi ricrederò, ma per il momento non ho che una meta: vorrei diventare una scrittrice”.
Non è questa forse la voce stessa di Jo?
E che dire di Augusta, che suona il pianoforte proprio come la meno appariscente delle sorelle March, Beth? Del resto anche la piccola Anna Malfenti, così dispettosa, ricorda per molti aspetti Amy. C’è un continuo rimando di ruoli, archetipi e topoi; così è una delle sorelle Malfenti a morire di malattia,  come in Piccole Donne muore una delle sorelle March.

Evviva allora Italo Svevo, che scrivendo un romanzo sempre attuale, fresco, ironico, al di là dello spazio e del tempo e dell’icona di classico, sorprende così tanto, ancora, con questa meravigliosa citazione, e ci ricorda che i confini nelle storie non esistono. Siamo noi a inventarli, a stabilire l’alto e il basso, eppure il capolavoro letterario e quello più popolare si parlano e si ascoltano, e ci dicono, anche cento e più anni dopo, che noi di tutte le storie abbiamo bisogno, le alte, le basse, quelle di nicchia e quelle popolari. E sempre ne avremo bisogno.

* Vedi Svevo, Joyce: storia di un’amicizia.

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