Che cos’è la provincia?

Che cos’è la provincia?, mi chiedevo ieri mentre di sabato a mezzogiorno e mezza mi aggiravo nel parcheggio di un centro commerciale da film di George Romero in cerca di un posto libero in cui lasciare il carrello con cui avevo fatto la spesa. Il posto libero non c’era, perché senza persone in giro anche i carrelli spostati erano pochissimi. Sono dovuta tornare alle scale mobili, accanto all’uscita, dove il carrello l’avevo preso. C’era un signore che vagava come me da un punto all’altro del parcheggio, si è voltato a guardarmi e gli ho detto che non c’erano posti liberi. Lui ha agganciato il carrello nello stesso punto, vicino alle scale, ma prima di andarsene non mi ha salutato. In effetti, perché salutare, siamo in provincia, è vero, ma non ci conosciamo. Prima di andarmene nel parcheggio ho contato sì e no dieci automobili. Alle casse non ho fatto neppure un istante di fila.

Forse è questa, mi sono detta, la provincia, la parte rassicurante della pandemia, il posto dove comunque non fai nemmeno più la fila al supermercato, perché con i negozi chiusi e le serrande abbassate la gente al supermercato non ci va più. E chissà dove vanno, ora, a passeggiare e osservare le vetrine.

Che cos’è la provincia?, mi domando ogni volta che il posto in cui abito, Cassina de’ Pecchi, è sulle prime pagine della cronaca di Milano e nazionale. 

Nell’ultimo anno è accaduto almeno tre volte.

La prima, perché un’azienda agricola considerata sostenibile e molto famosa in tutta Milano è stata messa sotto sequestro per caporalato. Nessuno si era mai chiesto come facessero a produrre i loro frutti di bosco, se non con della mano d’opera a basso costo, eppure tutti si sono sorpresi.

Settimane fa invece in paese giravano troupe televisive alla disperata ricerca di qualcuno da intervistare per discutere dell’ordinanza della polizia municipale contro la prostituzione. Se avessi avuto un legame con la politica locale avrei aderito alla protesta femminista di fronte al municipio, ma è difficile scendere in piazza con chi di solito quando vuoi salutare si gira dall’altra parte, e ho rimpianto le belle manifestazioni di città in cui ti confondi in una folla anonima e senti di essere tutt’uno con chi crede nel tuo stesso ideale. La polemica è partita da una notizia piccola che però ha girato il web e alla fine c’è stata pure l’intervista della sindaca in collegamento con Barbara D’Urso. Titoli da cliccare su tutti i principali quotidiani. Certo, non so quanti avessero letto l’ordinanza cercando di capire veramente cosa c’era scritto, in fondo per fare i titoli in prima pagina non serve. La stessa ordinanza prevede provvedimenti anche contro l’accattonaggio, ma questo non mi pare abbia dato fastidio a nessuno.

Ora apro Twitter e trovo sfilze di giornalisti che condividono la notizia dell’apertura di quella che secondo me è un’eccellenza del territorio, o almeno me lo auguro, cioè PizzAut, prima pizzeria d’Italia gestita da ragazzi autistici, finalmente hanno aperto la sede, i lavori di apertura erano rimasti bloccati proprio a causa della pandemia.

Che cos’è, la provincia? Ecco, nell’ultimo anno mi è chiaro, finalmente, che cos’è la provincia: è il vostro luogo dell’immaginazione, il posto in cui accadono solo cose tremende o cose favolose, bellissimi miracoli o orribili mostruosità. L’importante è che la provincia non sia mai un luogo reale, e che sia sempre altrove.

Mr. Tennis

Racconto di Manuela Piemonte

C’è ancora il cartello di legno dipinto a mano, sei lettere colorate, un tempo. Ora sono sbiadite e spente. Mi piacerebbe che qualcuno venisse qui e lo staccasse, quel cartello, l’unica cosa che ricorda a tutti lo scopo per il quale sono stato costruito, ormai più di quarant’anni fa: ero un centro sportivo, un grande centro, per i miei tempi, quattro campi da tennis, due sintetici, due in terra battuta, niente erba, perché qui in campagna, poco fuori Milano, di erba ce n’era già troppa e a nessuno veniva in mente di giocare sull’erba, era roba da morti di fame. Il sintetico sì, era passabile, ma solo per questioni di gara. In fondo i tennisti che lo usavano temevano di confondersi con i dilettanti, quelli dei condomini residenziali con tennis e piscina dove chiunque, dai proprietari agli inquilini, poteva mettersi a giocare, magari pure con una racchetta sgangherata, pagata venticinquemila lire in offerta al supermercato. Invece la terra battuta, beh, era tutta un’altra storia. Glielo leggevo negli occhi, dal più piccolo dei principianti fino al presidente: per tutti loro la terra battuta era il Tennis, perché dopo aver giocato lì la terra li seguiva, come li seguiva la loro passione ardente e restava con loro tutto il giorno, sulle scarpe, le mani e gli abiti, nonostante la doccia, sempre attaccata addosso da mattino a sera. Ne è rimasta un po’, di terra, qui tra i metri quadrati che formano il mio corpo stanco e anziano. La si può trovare ben nascosta sotto gli strati di arbusti che, anno dopo anno, sono riusciti a espandersi in ogni direzione, mentre aspettavo di sapere quale sarebbe stato il mio destino. All’inizio è stato con i corsi. Hanno smesso di fare i corsi di tennis. Allora ho capito che mi avviavo verso la pensione.A differenza degli esseri umani, che quando vanno in pensione diventano nonni e passano tanto tempo con i bambini, io li ho visti sparire tutti da un giorno all’altro, quei piccoli esseri umani, e non mi è rimasto che tendere l’orecchio verso il cielo per cogliere ancora qualcuna delle loro risate cristalline, qualche pianto, qualche gridolino di soddisfazione che gli scappa se riescono ad acciuffare la coda di una lucertola. Dopo i bambini, però, se ne sono andati anche i grandi. Hanno smesso di allenarsi sui miei campi. Eppure io ci speravo ancora. La mia bella insegna dipinta a mano lo diceva, del resto, Mr. Tennis: un nome, una garanzia. Qualche bambino ogni tanto, allora, riuscivo ancora a vederlo, ma solo perché entrava qui per andare al bar a prendere il gelato, il Liquirone o qualche altra porcheria che a loro piace tanto. Ero l’unico bar della zona. L’altro, il bar dell’oratorio, distava dieci minuti a piedi. I bambini evitavano di andarci perché temevano che se ci avessero comprato troppi gelati o caramelle, prima o poi il prete di turno li avrebbe costretti a confessare tutti i loro peccati di gola. Senza i corsi e i tennisti, però, il bar perse pian piano gran parte dei suoi clienti. Alla fine chiusero anche lui, insieme ai miei cancelli. Un lucchetto al locale delle caldaie. Un lucchetto agli spogliatoi maschili, un lucchetto agli spogliatoi femminili e poi un altro all’ingresso, un catenaccio grande così, che non si può spezzare neanche con un’ascia e ormai, quindici anni dopo, è tutto arrugginito. E sono andato in pensione. Mi hanno lasciato con i miei ricordi. Non è così che capita agli anziani? Questo mi hanno fatto, gli esseri umani. Finché gli portavo tanti soldi mi hanno tenuto vivo, mi hanno curato e parlavano a tutti, i proprietari, parlavano di me e dei miei quattro campi da tennis, due sintetici e due in terra battuta, dove avevano mosso i loro primi passi tanti campioni. E poi basta. Mi hanno dimenticato. Ogni tanto qualcuno viene a trovarmi, però, e questa è una consolazione. Viene una ragazzina, una che per il tennis era proprio negata e dopo un anno di corso è andata a giocare a pallavolo. Lei ci era cresciuta, qui dentro, perché suo padre la portava a vedere le partite. Un giorno, due anni fa, ha scoperto un buco nella recinzione e siccome è alta ma è anche magra e sottile, è riuscita a passarci. Una volta ha portato anche il suo cane. Era molto triste vedendo come mi sono ridotto. Ho provato un po’ di vergogna. Lei ha attraversato il cortile fino a dove una volta c’era il bar. Ora il locale è vuoto, niente più Liquirone, gelati, patatine, Gatorade. Si sono portati via anche l’arredamento e al suo posto qualcuno ci ha trascinato i pezzi di una vecchia cucina degli anni Sessanta, tutta azzurra che mi fa quasi sentire come se fossi all’ospedale. Magari. Lì almeno qualcuno si renderebbe cura di me. Ma non esistono ospedali per i centri sportivi abbandonati. La ragazza quel giorno  ha sospirato. Poi si è girata verso la bacheca, un rettangolo di legno dove una mano aveva inciso la frase “orari dei corsi”. Ora al posto degli orari c’è il disegno a bomboletta spray di un cazzo nero, lo stesso ripetuto sulle porte degli spogliatoi e sui muri che confinano con la piscina comunale. Prima o poi mi abbatteranno, dice la ragazza, e al mio posto tireranno su un paio di palazzi. Prima o poi succederà.Per questo ogni tanto lei torna a trovarmi. Sono l’unico posto dove riesce ancora a ricordare la sua infanzia. Le domeniche con il sole e la mamma che dal condominio qui di fronte la mandava a comprare lo zuccotto al bar del tennis, perché arrivavano i nonni a pranzo e non avevano nulla da offrirgli per dessert. E i sabati di primavera, con suo padre appena trentenne che la portava lì per giocare, mentre lui scaricava lo stress di una settimana di lavoro sfidando qualche amico fino all’ultimo match. Lei viene qui a cercare quei momenti che se ne sono andati e io vorrei tanto abbracciarla, dirle che li ricordo, li ricordo bene, dirle che non deve preoccuparsi perché andrà tutto per il meglio, dirglielo sussurrando, come fanno i nonni con i loro nipotini, anche se sanno che non è vero.

Incontri (o da dove arrivano le storie)

È il 2013 quando in un mattino di agosto, in cerca di una spiaggia dalle parti di Carrara, seguendo cartelli a caso che indicano il mare, finiamo a Marina di Massa. Un posto nuovo e mai visto prima, da osservare con la curiosità di quando si è bambini. Parcheggiamo dove capita. Scegliamo uno stabilimento lì vicino. Poi, una volta preso l’ombrellone, steso il telo sulla sdraio, messa la crema solare, mi guardo bene attorno e alla fine mi volto. 

Solo allora mi rendo conto che alle spalle dello stabilimento corre un lungo edificio di due piani, bianchissimo alla luce del sole. Inconfondibile architettura razionalista. Sulla facciata ricompongo le lettere mancanti. Gioventù Italiana, colonia Torino. 

In quel momento torna il ricordo di quando da bambina andavo in vacanza in una colonia estiva. “Chissà com’era” mi chiedo subito, “vivere quell’esperienza ai tempi del fascismo.” E in quelle lettere tirate giù dai decenni, in quei vuoti misteriosi e scomparsi, intuisco in un istante che c’è qualcosa da raccontare. Sì, ma cosa? 

Teniamola lì, mi dico, quest’idea. Farò qualche ricerca, mi riprometto. Intanto adesso vado a fare il bagno. E magari poi un giorno la cosa che ho appena visto diventerà una storia. 

Ciclopi

Ciclopi è un racconto pubblicato il 25/7/2017 su Cattedrale.

Era il primo inverno in cui lavorava nella discoteca, un inverno di venerdì e sabato notte in piedi fino alle sette del mattino, le ore trascorse nel guardaroba senza riscaldamento, a tenere d’occhio centinaia di cappotti e borse battendo i denti, una sciarpa girata dieci volte intorno al collo, in esilio al piano di sopra in un edificio occupato, mentre da sotto saliva l’eco della musica e delle risate, delle chiacchiere e delle grida, così ogni venerdì e sabato, ormai da due mesi, e quando tutti se ne andavano e ritiravano anche l’ultimo cappotto c’era la gara a far presto, c’erano i bagni da pulire, con la segatura e la candeggina, e pulendoli lei pensava che da lì in poi avrebbe potuto fare tutto, che una volta che pulisci ogni venerdì e ogni sabato un cesso con i segni neri delle impronte delle scarpe sulle mattonelle bianche del pavimento sporco di piscio di decine di sconosciuti, allora non esistono più fatica né livello di insoddisfazione, e da lì sarà soltanto una salita in alto in alto fino alla luna, e dopo i bagni si passava alla pista da ballo, una pista fatta di assi di legno da cui occorreva staccare lo sporco passando il sapone per decine di metri quadri, prima, e l’acqua, poi, e infine la cera, ché lucidasse, come se la gente di sera in un locale con la musica al massimo volume e le luci soffuse si mettesse davvero a esaminare il grado di brillantezza dei pavimenti.
Era il primo inverno in cui doveva vivere e studiare e laurearsi in una città estranea senza la borsa di studio, senza il lavoro da babysitter, senza alcun sostegno, andando avanti di settimana in settimana con una manciata di soldi da cui accantonare l’affitto, le bollette, la benzina, le spese, e quando poi si riprendeva e recuperava il sonno arretrato, quando il martedì di nuovo usciva di casa all’ora del mattino in cui nel fine settimana era andata a dormire, con in tasca i soldi rimasti andando al mercato si ripeteva come un mantra “una frutta e una verdura, una frutta e una verdura”, e per necessità mangiava soltanto roba in offerta o sul punto di marcire, talvolta quasi regalata, fino a quando, tornando il venerdì sera, aveva scoperto che alle cinque e mezzo del mattino un trasportatore lasciava la fornitura di frutta e verdura al supermercato sotto casa, proprio di fronte all’ingresso, dove non c’erano né telecamere né altri apparecchi, e così avevano iniziato, lei e le sue compagne d’appartamento, a tirarsi appresso qualche pezzo di frutta e di verdura, un paio di mele, tre zucchine, una busta d’insalata, e nel rubarle avevano comunque l’accortezza di non portarsi via le primizie, a eccezione del giorno in cui ne morivano dalla voglia e si erano prese anche le fragole, e nel portare via quattro pezzi di frutta e verdura semplici, i più comuni, si sentivano ladre sì, ma soltanto al cinquanta per cento.
Era il primo inverno in cui si risvegliava a pomeriggio inoltrato, con l’orologio che segnava le cinque, facendo un calcolo si rendeva conto di aver dormito nove o dieci ore, e sentiva i muscoli tesi dentro le braccia, nei punti forzati per passare il sapone l’acqua il lucidante, e con i muscoli tesi si metteva a preparare un pasto in cui unire colazione pranzo e cena, e quando poi aveva ancora fame, verso le dieci, prima di uscire per tornare alla discoteca, si teneva l’appetito per uno di quei tramezzini che portavano i colleghi, e che da quel momento in poi in un misto di sottilette e maionese, pomodoro e mozzarella, non sarebbe mai più riuscita a mangiare senza sentire uno strano senso di disagio allargarsi dalla bocca alle braccia, come se il corpo reagisse in automatico, ricordando meglio di lei quell’inverno lontano.
Era il primo inverno in cui portava i capelli corti e i pantaloni larghi con le magliette attillate, sempre gli stessi abiti, un trucco invisibile, decisa a ridurre ogni esigenza allo stretto necessario, una verdura e una frutta, una maglia e un pantalone, una coperta e un lenzuolo, un’amica e nessun amante, un pasto al giorno e un caffè la notte, per farsi bella una matita per gli occhi e nient’altro. Così un pomeriggio di domenica, dopo due mesi di lavoro sonno fame, aprì gli occhi e nell’oscurità della stanza capì di aver appena messo a fuoco, fin troppo a fuoco, la serranda abbassata e i punti socchiusi da cui filtrava la luce del giorno, e se riusciva a vederli tanto bene significava che era andata a dormire senza togliere le lenti a contatto. Corse in bagno e le staccò a fatica, le immerse nel loro piccolo contenitore, inforcò gli occhiali, si preparò un caffè e restò a chiacchierare con una coinquilina, e intanto a mano a mano che l’orologio girava, giravano anche le lacrime, inarrestabili, contro la sua volontà, una fontana dall’occhio sinistro, un’esondazione. Alle nove di sera la coinquilina la costrinse a vestirsi, scendere in strada, attraversare i vicoli e salire scalinate, fino al pronto soccorso.
Come mai siete venute qui e non all’oftalmico, chiese l’infermiera all’accettazione e poi da lì come in un lampo ecco si ritrova seduta davanti a un medico che le dice che ha un graffio alla cornea, un danno serio, da tenere controllato, e se ne dovrà stare per settimane con l’occhio completamente bendato, un po’ pirata un po’ Lady Oscar, mettendo una crema apposita che potrebbe, nella migliore delle ipotesi, se avrà molta fortuna, riparare il danno.
Metteva gli occhiali ovunque andasse, dopo aver tanto lottato per non indossarli più. Un paio di occhiali dalla montatura verde, di una marca d’alta moda, pagati grazie al lavoro in un call center dell’estate prima. Occhiali verdi, capelli corti, occhio bendato, e l’altro occhio a compensare coperto da una quantità di trucco, un miscuglio di azzurro e verde, steso fino a ricreare il colore del mare incontaminato, e con l’occhio coperto era costretta a uscire, in un mondo appiattito alla vista, e doveva entrare in università e recarsi a lezione e salutare come se niente fosse quel tipo carino, con i capelli mossi e gli occhi scuri, che già fino a quel momento a lei non si era mai interessato molto e così, con l’occhio da Lady Oscar, arrivò a interessarsi ancora meno.
Tre volte al giorno applicare il disinfettante.
Stendere la pomata sull’occhio.
Riporre la garza e il lungo cerotto tutto attorno per tenerla ben salda.
Ripensare, a ogni gesto, al costo incredibile di quei farmaci per lei che risultava, agli occhi dello Stato, ancora a carico dei genitori da cui era scappata, ai quali non poteva chiedere né raccontare nulla, e così doveva andare con un occhio solo, di nuovo nel fine settimana, nel guardaroba gelido, a ritirare cappotti e borse, di fronte a ragazze eleganti e bellissime, belle come dive, al suo occhio, e riuscì almeno a ottenere di non pulire più il bagno né il pavimento, perché era evidente che nella sua condizione non poteva metterli in ordine a dovere, e non le veniva mai in mente, in quelle lunghe notti immobile al freddo da sola, appoggiata a un vecchio banco rubato da una scuola del quartiere, in bilico su una vecchia sedia traballante, anch’essa rubata dalla scuola del quartiere… ecco immersa lì dentro, con un occhio cieco e la vista al cinquanta per cento, il corpo freddo al cinquanta per cento, la pancia vuota al cinquanta per cento, non riusciva nemmeno a immaginarsi un’esistenza diversa né un mondo nuovo, c’erano solo il buio e il silenzio e i conti da far quadrare. Era il primo inverno in cui ha dovuto continuare a vivere con un occhio solo, una vita lunga e felice, tutta intera.

La coscienza di Zeno e Piccole Donne

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Pubblicato nel 1923, La coscienza di Zeno è spesso, soprattutto, un passaggio obbligato per il lettore e lo studente che sta crescendo. Lo ritrovi nell’antologia, lo senti agitarsi come uno spettro tra le tracce dei temi della maturità, e ancora all’università, esame di Letteratura Italiana. Lì viene bollato come Classico e non è certo la lettura che troverai facilmente (purtroppo) sotto l’ombrellone, né nel carrello dell’appassionato di libri. Insomma, chissà se c’è chi lo ha letto per caso, aprendolo senza aspettative, senza quell’aura da “libro che bisogna leggere” che hanno a volte i classici.
Ben diversa è la storia di un altro classico, Piccole donne, che Louisa May Alcott scrisse tra il 1868 e il 1869, da tutt’altra parte rispetto alla Trieste austro-ungarica di Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schimtz), eppure così vicina, per molti versi, tra le pagine dei due libri.
Questo fanno le storie, quando gli autori lo vogliono e lo sanno fare, si incontrano e si incrociano, e sta a noi lettori riscoprire  influenze a volte evidenti, a volte sottili.
Tanto abbiamo sentito dire o abbiamo letto o ricordiamo di Zeno Cosini, dall’unica volta almeno in cui ce lo avranno fatto leggere – magari – al liceo, quel romanzo dal titolo La coscienza di Zeno.
Lui e la sua ultima sigaretta, che promette essere davvero l’ultima, per anni, senza mai smettere.
Lui che è l’inetto.
Lui che uscì dalla penna dell’autore anche grazie al fatto che a Trieste Italo Svevo conobbe James Joyce e da qui l’influsso di questo scrittore, e poi della psicanalisi, su un’opera che è oggi considerata uno dei capolavori della Letteratura italiana del Novecento.

“Un grande amico di papà fu James Joyce. Mio padre, che si recava spesso a Londra per curare da vicino gli interessi della filiale inglese della ditta Veneziani, decise di studiare bene l’inglese e di prendere una serie di lezioni da Joyce, allora giovanissimo professore alla Berlitz School di Trieste (eravamo, credo, nel 1907). Joyce cominciò a venire in villa Veneziani e a dar lezioni a mio padre e a mia madre.” *

In tanta letteratura e in tanto incrocio di esistenze c’è anche, tra le pagine de La coscienza di Zeno, una meravigliosa citazione di Piccole Donne. Così evidente da sembrare banale: Zeno che va a incontrare una famiglia benestante, i Malfenti, già deciso – in pratica – a chiedere la mano di una di quelle quattro figlie, prima ancora di conoscerle. E quando se le ritrova di fronte, se si è freschi della lettura di Piccole Donne, ma anche se si tiene a mente Alcott senza dimenticarla mai, il parallelismo è evidente. Le sorelle sono Meg, Jo, Beth e poi la piccola Amy.
Se anche avessimo dubbi, due delle sorelle Malfenti in particolare indicano quanto il parallelo voglia essere forte.
Quando Zeno, rifiutato da Ada, fa la sua proposta di matrimonio ad Alberta, lei dice :
“Io non voglio sposarmi. Fore mi ricrederò, ma per il momento non ho che una meta: vorrei diventare una scrittrice”.
Non è questa forse la voce stessa di Jo?
E che dire di Augusta, che suona il pianoforte proprio come la meno appariscente delle sorelle March, Beth? Del resto anche la piccola Anna Malfenti, così dispettosa, ricorda per molti aspetti Amy. C’è un continuo rimando di ruoli, archetipi e topoi; così è una delle sorelle Malfenti a morire di malattia,  come in Piccole Donne muore una delle sorelle March.

Evviva allora Italo Svevo, che scrivendo un romanzo sempre attuale, fresco, ironico, al di là dello spazio e del tempo e dell’icona di classico, sorprende così tanto, ancora, con questa meravigliosa citazione, e ci ricorda che i confini nelle storie non esistono. Siamo noi a inventarli, a stabilire l’alto e il basso, eppure il capolavoro letterario e quello più popolare si parlano e si ascoltano, e ci dicono, anche cento e più anni dopo, che noi di tutte le storie abbiamo bisogno, le alte, le basse, quelle di nicchia e quelle popolari. E sempre ne avremo bisogno.

* Vedi Svevo, Joyce: storia di un’amicizia.

Julio Silva

Julio

La prima volta in cui ho parlato con Julio Silva, nel 2005, avevo solo un numero di telefono trovato su Internet. Mi ero fatta spiegare come dire in francese “Bonjour, je voudrais parler avec Julio Silva” . Uno squillo e Julio rispose: “Oui c’est moi meme”. Ma io non capii e dissi ancora “Bonjour, je voudrais parler avec Julio Silva”, e allora mi disse di parlare in italiano.

“Ma lei è proprio l’amico di Julio Cortázar?” gli domandai.

“Sì”

“Scusi ma non mi aspettavo di trovarla così facilmente”.

“Ah be’ non sono ancora morto” rispose, ridendo.

Ma è morto sabato, all’età di 90 anni. Chi ha navigato le pagine dei libri di Julio Cortázar ci ha trovato dentro spesso lui, citato per nome e cognome, e anche sua moglie, Catherine.

Julio è (è stato, sarà) un maestro di immaginazione, con i suoi quadri e le sue sculture, ma anche con un modo di essere che è quello che troviamo nei cronopi di Cortázar, e un maestro di un modo di stare al mondo, essere se stessi, con ironia e gioco, quando va tutto bene ma anche di fronte alle difficoltà.

Grazie a lui ho scoperto mondi immaginari a cui, altrimenti, non sarei mai arrivata, come quello legato alla costa di Marina di Massa, così vicina alla sua casa di Torano, sulle Apuane, una casa con i muri in un fianco della montagna. Da lì fin dagli anni Sessanta ha creato sculture meravigliose.

Ciao, Julio.

 

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Foto di Pierre Boulat a casa di Julio Silva, Parigi, con Julio Cortázar e Olivier Silva (1969).

I giocattoli degli anni ’80 e Thomas Mann

Ti ricordi quel gioco con la sabbia magica che andava di moda negli anni Ottanta? Aveva una pubblicità con la fotografia di una specie di acquario, e ti prometteva di poter creare un regno sottomarino incredibile. Ne potresti aver avuto uno, almeno una volta, e averci giocato e averlo poi dimenticato.
Perché magari la mente va altrove.
Perché non possiamo ricordarci proprio tutto.
Perché i ricordi sono questo e non li possiamo controllare.
Così come non puoi controllare il ricordo di abitudini da vita di campagna, andare nei prati a raccogliere le more, a succhiare il nettare dai fiori, u gioco che imparavi con il passaparola, te lo insegnavano i bambini più grandi di te.

Tutti questi ricordi adesso mettili da parte, facci passare sopra anni e anni di vita, di lotte, di gioie e soddisfazioni, di alti ma anche di bassi, di dolori; alcuni che ci infliggiamo, altri come la pandemia che ci capitano e se capitano sembrano a volte quasi insormontabili, e in mezzo a tutto questo può capitare di avere il tempo e la voglia – soprattutto la voglia – di leggere finalmente quel libro che tenevi lì tra i tanti, che avevi sempre rimandato, che sembrava pesante e inquietante, perché parla di vendere l’anima al diavolo, argomento a cui perlopiù è preferibile non pensare.

Chissà perché anche se ti inquieta lo leggi, forse perché così un’inquietudine ne scaccerà un’altra, così ti trovi tra le mani il Doctor Faustus di Thomas Mann. Traduzione di Ervino Pocar, una vecchia edizione Mondadori lasciata a prendere polvere per anni.
Difficile, leggerlo, ma almeno vuoi fare un tentativo, del resto sono mesi che leggi poco o niente perché di giorno lavori così tanto che, arrivata sera, ti fanno male gli occhi e non apri libri né fumetti, non vedi le serie tv né i film, chiudi gli occhi e dormi il prima possibile, chiedendoti se valga poi la pena. Ora con la pandemia non sai più chiederti neanche questo.

Ma come l’umanità ti sorprende in negativo – c’è chi in piena pandemia dice ancora di sentirsi fortunato ad avere il posto fisso, come se questa cosa non lo riguardasse, e c’è chi pensa di fare come vuole, chi (come ci avevano già insegnato i racconti della Seconda guerra mondiale e delle crisi economiche più pesanti) non ha umanità da tirare fuori in situazioni che si annunciano estreme, ma soltanto pochezza, povertà d’animo, o forse una carenza di ciò che ci rende davvero umani (ti ricordi Il figlio di Saul?), ecco… come l’umanità ti sorprende in negativo, l’incastro del tempo e delle vite sorprende anche in positivo. Allora in tutte queste carenze e pochezze, aprire un libro e leggere, e ritrovarci dentro in modo del tutto inaspettato un po’ della propria infanzia, può sembrare un evento straordinario. (Su che tipo di padre fosse l’autore del libro, magari ne parliamo un’altra volta.)
Ma non è incredibile che un classico della letteratura scritto nel 1947 ti faccia questo effetto, ti faccia ricordare punti dell’infanzia che avevi dimenticato?
I libri servono ancora, ci serviranno sempre. Speriamo.

Doctor Faustus, terzo capitolo

[…] Si vedeva poi che quelle piante erano tutte di origine inorganica, formate col concorso di sostanze che provenivano dalla farmacia dei “Beati Apostoli”. Prima di versare la soluzione di silicato di potassio Jonathan cospargeva la sabbia del fondo con diversi cristalli, che, se non erro, erano cristalli di cromato di potassio e di solfato di rame, e da questa semina si sviluppava, per un processo fisico che si chiama “pressione osmotica”, quella prole degna di compassione per la quale il suo tutore cercava di cattivare le nostre simpatie. Ci spiegava infatti come quei pietosi imitatori della vita fossero avidi di luce , “eliotropici” come dice la biologia. Per noi esponeva l’acquario alla luce del sole dopo averne mascherato tre lati ed ecco in breve tutta quella problematica famiglia di funghi, di tentacoli fallici, di alberelli e di alghe, nonché di membra semiformate, si volgeva verso quel lato del recipiente dal quale entrava la luce, e vi si volgevano con una brama così nostalgica di calore e di gioia che quasi si aggrappavano e si appiccicavano al vetro.
– E dire che sono morti! – commentava Jonathan con le lacrime agli occhi mentre Adrian, io lo vedevo, era scosso dal riso represso.
Per parte mia non volgi decidere se questa sia roba da ridere o da piangere. Dico una cosa sola: simili fantasmagorie sono affare esclusivo della natura, specialmente di questa natura che l’uomo si incapriccia di tentare. Nel dignitoso regno degli humaniora si è al riparo da siffatti fantasmi.

Doctor Faustus, quarto capitolo
[…] Ricordo il ribes dell’orto, del quale ci passavamo i grappoli tra le labbra, l’acetosella del prato che assaggiavamo, certi fiori dalle cui fauci sapeva succhiare uno pinzino di nettare delizioso, le ghiande che masticavamo supini nel bosco, le more purpuree cotte dal sole che raccoglievamo nelle macchie lungo la strada e il cui succo asprigno spegneva la nostra sete infantile. Eravamo fanciulli.

Dieci anni dopo

Il 17 ottobre 2006 mi alzo presto, molto più presto del solito, perché il giorno prima andando in ufficio in metropolitana ho sentito uno di quegli avvisi in filodiffusione con cui annunciavano lo sciopero di una sigla sindacale di cui non ho nemmeno provato a memorizzare le lettere, una di quelle minori, e allora ci siamo messe d’accordo, io e la mia collega Alessandra Lisi, ci siamo dette che se c’è davvero sciopero,– ma alle volte non si riesce a sapere, se non è uno sciopero generale, e non si sa mai come scoprire se è o no confermato –, ecco ci siamo dette nel dubbio veniamoci presto in ufficio, molto più presto del solito, così alle otto prendo la metro, alle otto e mezzo arrivo nell’ufficio in un palazzo signorile, un palazzo che appartiene a una figlia di nobili, in una traversa di Piazza Clodio, a Roma, a pochi metri dalla sede della RAI. Di solito arrivo in ufficio alle dieci, perché tanto ho un contratto a progetto e non devo timbrare, ma il 17 ottobre 2006 va così, e mentre aspetto mi dico che magari per una volta potremmo andare a prenderci un caffè, io e Alessandra, non usciamo quasi mai durante la mattina, e non pranziamo neanche insieme spesso… è che siamo in questo piccolo ufficio, di quattro persone, piccolo ma in realtà è un centro di ricerca internazionale, dove Alessandra è l’unica statistica e fa un lavoro importante, e io lavoro con lei ma non ho ancora deciso cosa fare nella vita… mi sono laureata da poco, avevo quel lavoro come webmaster, me lo tengo e lo continuo, ma il dubbio è quello che mi spinge in pausa pranzo ad andarmene un po’ per i fatti miei… e quindi alle volte, poche volte, pranziamo insieme, io e Alessandra, un giorno siamo anche andate in un negozio aperto da poco, durante la pausa, e le ho fatto vedere i vestiti bellissimi che hanno, di una marca di abiti danese, roba un po’ retro e anche cara, per il mio stipendio, e pure per il suo, ma con qualche sconto e qualche offerta qualcosa si può comprare… per esempio ho comprato un abito verde ricamato qualche mese prima, a luglio 2006, per il matrimonio di un’amica, e mi ha accompagnata Alessandra a prenderlo e quell’abito l’ho messo molte volte negli anni, uno dei miei migliori investimenti, e quando lo metto vorrei chiamare Alessandra e dirle “hai visto, ce l’ho ancora”, ma non lo posso fare, e anche lei si era presa un abito, un bell’abito autunnale, scuro, con una stampa di design, un abito raffinato, se lo voleva mettere per qualche occasione, un aperitivo o una cena, e invece non se lo è mai messo… ecco davvero come una stupida quando mi metto quell’abito verde mi dico “lo vedi se avessi potuto chiamarla”, ma del resto anche quando eravamo colleghe non è che ci telefonassimo, non è che tutti i colleghi e le colleghe sono così tanto amici tra loro, ma nell’estate del 2006 eravamo d’accordo sugli abiti e sui calciatori, e ditemi quale donna eterosessuale in Italia quell’estate non era stata a rimirare i calciatori in una famosa pubblicità di Dolce & Gabbana, ecco ad Alessandra piaceva Cannavaro, ma a me no, preferivo Gattuso… e quindi il 17 ottobre 2006 me sto lì in ufficio alle otto e mezzo e quando arriva il capo, verso le nove meno un quarto, mi trova già lì e lo so che si sorprende, gli deve essere sembrato strano, era una delle poche volte in cui arrivavo prima di lui da quando lavoravo lì, ma va così: ci salutiamo, lui va nella sua stanza a lavorare, io sto nella stanza che divido con la mia capa, pure lei deve ancora arrivare, di solito arriva nel pomeriggio perché al mattino ha un altro lavoro ma anche lei per qualche motivo quel giorno arriva in mattinata, e va così che me sto a lavorare quando a un certo punto mi arriva un sms di una ragazza che conosco, Samantha, una che abita nella città dove sono cresciuta, Milano, e Sam mi scrive soltanto questo, mi scrive “Tutto bene?” e poi mi chiede se per caso mi trovassi in metropolitana, così è un attimo: sono davanti al computer, apro Google, faccio una ricerca, scopro che c’è stato un incidente a Roma in metropolitana, un incidente grave, si sono scontrati due treni e non è successo da molto, quando lo scopro, e guardo l’ora e come si fa in questi casi mi preoccupo ma non del tutto, perché gliel’avevo detto ad Alessandra di venire in ufficio prima, ma forse lei a differenza di me, che ho sempre paura a chiedere un’informazione, ecco forse lei si è fermata al gabbiotto, ha scoperto che alla fin fine lo sciopero non c’è e adesso arriverà alla solita ora… e però l’ANSA dice che l’incidente c’è stato alla fermata di Piazza Vittorio e tutte le metropolitane sono ferme, quindi se Alessandra è per strada sarà lì bloccata da qualche parte, dovrà prendere una sostitutiva, farà ritardo.

La chiamo e ha il telefono staccato, ma è normale, c’è caos in queste occasioni, lì per lì mi viene in mente che anche quando a settembre a Roma fanno la notte bianca c’è talmente tanto caos che i cellulari non funzionano, le reti sono sovraccariche, e sicuramente è uno di quei casi, lei sarà ancora lì sotto in metropolitana e il cellulare non le prende, perché nel 2006 il cellulare ancora non prendeva in metropolitana, sarà lì e aspetterà di uscire e vai a sapere.

Però il dubbio ce lo abbiamo, e allora che si fa in un ufficio in un momento del genere, non si fa niente, si continua a lavorare: un occhio alle notizie in tempo reale, l’altro alla posta elettronica, e poi si pensa a chi potrebbe preoccuparsi e si manda qualche sms per dire “sto bene, sono in ufficio e sto bene”.

E poi le notizie continuano.

C’è una vittima nello scontro tra i due treni.

Ma dicono che è un uomo.

Poi dicono che è una donna, straniera.

Poi iniziano ad arrivare le telefonate.

Una telefonata di un parente, perché è a casa dove abitano i genitori di Alessandra, che sono in pensione, e vivono nel Frusinate, e da quella casa quest’uomo chiama e ci chiede se Alessandra è arrivata, se abbiamo sue notizie.

Però no, di notizie non ne abbiamo.

Poi iniziano a telefonare i giornalisti.

Di solito non chiama mai nessuno al numero dell’ufficio, mai la mattina, mai così di frequente, e tra una telefonata e l’altra mentre ci fanno domande strane, alle quali lì per lì non so rispondere, ecco allora la mia capa legge una nuova notizia dell’ANSA, dove dicono che la vittima dell’incidente è una donna giovane di Pontecorvo, che è il paese di Alessandra.

Allora è così che lo capiamo.

Allora i giornalisti riprendono a chiamare, una di un importante quotidiano nazionale si presenta, nome e cognome, è insistente, mi dice che la famiglia di Alessandra ancora non sa che lei è morta, e lo sa perché prima di chiamare noi ha telefonato a loro.

Da lì in poi tutto cambia.

Succedono un sacco di cose quel giorno e nei giorni successivi, ma non è qui il tempo di ricordarle tutte, preferisco sempre ricordare Alessandra, una collega, una da cui e di cui ho imparato più dopo l’incidente che prima, perché tra noi esseri umani ci sono sempre queste distanze, che poi sono quelle che ci fanno vivere, sono spazi e non distanze, e le cose che ho imparato sono personali, e su di lei hanno anche scritto un libro, quindi va bene così, il suo nome c’è, qualcuno se la ricorda, ma forse tra tutte le cose che accadono in quei giorni sono altre che vorrei ricordare, vorrei ricordare la pochezza degli esseri umani che non capiscono che gli incidenti capitano, che il caso esiste, e che quando dico che ho paura a prendere la metropolitana mi rispondono stupidaggini tipo “ma no ma guarda che io la metropolitana la prendo tutti i giorni e non mi è mai successo niente”, e certo, gli vorrei dire, certo scusa dimenticavo che siamo tutti immortali, ma forse una delle più squallide cose nei giorni seguenti è la serie di email che riceviamo in ufficio, con allegati curriculum di statistici, email mandate palesemente perché la gente non si informa, non hanno neppure capito che in quell’ufficio dal nome altisonante lavoravano solo quattro persone, magari credono che sia un’azienda con migliaia di dipendenti, e al primo curriculum faccio finta di nulla, penso che se mandi un curriculum in un ufficio in cui è appena venuta meno una persona preziosa e qualificata in seguito a un incidente, un evento di pubblico dominio, per il quale c’è stato il lutto cittadino, come lavoratore e come essere umano ti qualifichi male, e poi però al secondo curriculum senza tante esitazioni inizio a rispondere, a far notare che in anni a quell’indirizzo email non è mai arrivato un curriculum di uno statistico, praticamente mai, e dopo tanti anni questo mi ricordo, tra le altre cose, e il resto riguarda Alessandra e la famiglia di Alessandra, ricordi tristissimi e pieni di calore umano al tempo stesso, e li lascio da parte perché non sono da condividere.

Questo accade, ad andarsene così, la metropolitana e il lutto cittadino, e Alessandra che non c’è più. Una ragazza di trent’anni, piena di qualità e senza la testa montata, e a dirlo sembra semplice invece è straordinario, in un mondo di egoriferiti, e allora la voglio raccontare così, questa storia, per ricordarla in un modo semplice, per fare girare ancora su Internet, dieci anni dopo, il suo nome.

La storia di una ragazza in metropolitana. La scrivo perché sono sicura che ormai quasi nessuno, dieci anni dopo, si ricordi di lei. Sono lunghi, dieci anni.

E dieci anni dopo è rimasta la targa alla fermata della metropolitana, l’hanno messa nel 2007, nel giorno dell’anniversario, in una cerimonia in cui eravamo in pochissimi, perché un anno dopo la città aveva già dimenticato, ma è normale, è un fatto umano. L’ultima volta che ci sono stata, alla fermata di Piazza Vittorio direzione Battistini, c’erano la targa e dei fiori finti con una fotografia. La targa è trasparente e fin dal giorno della cerimonia ho sempre trovato difficoltoso leggere la scritta.

La scritta dice: In ricordo di Alessandra Lisi.

Ho trovato questo post sul sito del Fatto Quotidiano che se ne ricordava nel 2012.

Dieci anni dopo sulle lamiere che rivestono il tunnel della metropolitana c’è ancora il segno del punto in cui una carrozza è entrata nell’altra carrozza, è come una cicatrice, sta lì a piegare il metallo. Da dieci anni.